martedì 26 novembre 2013

Cioccolata calda .... alternativa!

Oggi vi presenterò una ricetta per farsi una cioccolata calda molto alternativa e leggera ma dal gusto semplicemente divino!


La cioccolata calda è una vera e propria delizia oltre che un buon modo per iniziare la giornata con la giusta dose di energia. Ottima anche come merenda, i bambini la adorano, è anche semplicissima da preparare.

LA RICETTA DELLA CIOCCOLATA CALDA - 

Ingredienti (per una persona):
50 gr di cioccolato al 70%
175 ml di latte vegetale (preferibilmente di riso o di mandorle)
50 ml di latte di nocciole
1 cucchiaio di cacao
1 cucchiaio di succo d’agave
Preparazione:
Il cioccolato fondente ha tante qualità, per cui non dovete rinunciarvi. Abbinato al latte vegetale, diventa comunque cremoso e soddisfacente senza appesantire. Questa bevanda può essere inoltre profumata con della pasta o del latte di nocciole, una scorzetta d’arancia, una spolverata di peperoncino piccante o di cannella.
Tritate finemente il cioccolato. In una pentola scaldate lentamente i due tipi di latte vegetale e il cacao, mescolando con una frusta per evitare che si formino dei grumi. Quando il composto è caldo, incorporatevi il cioccolato e mescolate finché non si scioglie e si amalgama. Togliete dal fuoco, aggiungete il succo d’agave, mescolate e bevete con calma!

giovedì 21 novembre 2013

Eco Natale!

Navigando in rete mi sono imbattuta in questa bella decorazione da fare .... totalmente ecologica!
ghirlanda di natale
Oggi impariamo a realizzare una ghirlanda di Natale con materiali di riciclo. Per realizzare questa ghirlanda dovrete avere a disposizione: alcuni contenitori di cartone delle uova, dei piattini di carta, dei vestiti vecchi. In questo tutorial vi spiegherò passo passo il procedimento della ghirlanda di Natale.
Le basi sono poche e basta veramente poco per personalizzare il tutto. Dopo i primi fondamentali passaggi si potranno apportare le modifiche che si vorranno.
Io non avevo mai lavorato con il cartone delle uova, e questo materiale, la composizione della carta, mi è piaciuta particolarmente, soprattutto la sua reazione al colore non netta ma sfumata.
Ma veniamo alla costruzione della ghirlanda che ha visto protagonisti me e i miei bambini più piccoli.
Partiamo dall’occorrente:
- cartone delle uova, 2 confezioni da 10;
- acquerelli;
- un piatto di carta di diametro 23 cm;
- nastro o pezzo di stoffa o un vecchio abito dal quale ricavare diverse strisce;
- colla a caldo;
- forbici.
Io ho aggiunto dello spago da passare sulla ghirlanda, ma questo sarà a vostro piacimento.
Vediamo come si procede, magari i primi passaggi (quelli del taglio della scatola sarebbe meglio non farli fare ai bambini).
Il lavoro risulta un po’ difficoltoso, ma successivamente tutti gli altri passaggi possono essere eseguiti da loro con tranquillità. Unica accortezza l’uso della colla a caldo. ;)
ghirlanda natale
Ritagliamo il cartone delle uova separando ogni singolo portauovo. Con le forbici, realizziamo 7 piccoli tagli sul cartoncino, in modo da ottenere 6 petali. Arrotondiamo i petali con le forbici, e iniziamo a dipingerli con gli acquerelli. A seconda dell’intensità di colore che desiderate ottenere, usate più o meno acqua per diluire il colore.
Non buttate via gli avanzi di cartone. Noi abbiamo utilizzato anche la parte superiore dei cartoni delle uova, visto che risulta piatta ed è l’ideale per fare delle foglie.
A questo punto bisogna lasciare asciugare il lavoro ma nel frattempo possiamo fare dell’altro!
ghirlanda natale
Prendiamo un piatto di carta e priviamolo del centro, in modo da ottenere una corona che sarà la base della nostra ghirlanda. Ricopriamo l’anello di carta con un nastrino o della stoffa avanzata. Utilizziamo ora la colla a caldo per fissare i fiori e le foglie di cartone.
La fase di montaggio può essere fatta a piacimento, il centro dei fiori può essere costruito o con pezzi di cartone dipinti o con bottoni. Noi abbiamo scelto di inserire dei fiorellini già fatti sempre nello stesso materiale oppure delle parti di scatola, qui sotto alcuni particolari.
ghirlanda natale
E poi con un po’ di fantasia abbiamo passato dello spago per renderla un po’ grezza come i fiorelloni :)
I bimbi hanno voluto appendere anche un bigliettino con tanto di AUGURI ! :)
ghirlanda natale

venerdì 15 novembre 2013

Il "pan de Toni"

Con l’andar del tempo si diffuse la consuetudine di utilizzare solo la farina bianca per fare il pane natalizio, quella cioè di frumento, più pregiata del comune pane di miglio, sottolineando così l’eccezionalità dell’evento. Per aiutarne la lievitazione e come devozione le donne, dopo aver lavorato l’impasto, vi tracciavano sopra, con la fede nuziale, un solco a forma di croce. Il pane di Natale venne dunque chiamato “pan del ton” (pane di lusso), da cui “panettone”.
Su questi antichi riti si innestano molte leggende. Una del 1500 racconta che alla vigilia di Natale alla corte del Duca Ludovico Sforza detto il Moro, Signore di Milano, si tenne un grande pranzo ma il cuoco bruciò il dolce dimenticandolo nel forno; vista la sua disperazione, lo sguattero Toni propose una soluzione alternativa. Aveva preparato per sé un dolce usando degli ingredienti d’avanzo. Era un pane zuccherato, profumato di frutta candita e burro. Tutti furono entusiasti e al Duca che voleva conoscere il nome di quella prelibatezza, il cuoco rivelò: “L’è ‘l pan de Toni”, diventato poi “pan di Toni” ed infine panettone.
Uno dei racconti più “romantici”, ambientato sempre nella Corte di Ludovico il Moro, vede Ughetto degli Antellari (o Antellani), cavaliere milanese, innamorarsi di Adalgisa, figlia di Mastro Toni, panettiere del borgo delle Grazie; per entrare nel laboratorio del padre dell’amata e avvicinarla, si finse fornaio e per incrementare le magre vendite provò a inventare un dolce: con la migliore farina del mulino impastò uova, burro, zucchero e uva sultanina. Creò così il panettone (da “pan di Toni”, il fornaio) la cui bontà conquistò sia Adalgisa che la sua famiglia.
Tra le leggende fiorite intorno all’origine del panettone vi è anche quella che attribuisce l’invenzione del dolce a suor Ughetta, monaca cuciniera in un convento molto povero: non riuscendo a darsi pace all’idea di non poter servire nemmeno un dolce e per allietare il Natale delle giovani novizie, pensò di aggiungere all’impasto del pane, alcuni ingredienti fra cui pezzi di cedro e uvetta (in milanese “ughetta”), tracciando infine col coltello una croce sulla sommità del dolce in segno di benedizione, dando origine così al panettone.
È difficile stabilire chi fu realmente l’inventore di tanta bontà. Vi consiglio comunque di dare un bel morso a questo dolce e di decidere poi quale delle storie vi piace di più.
Il panettone poté diventare uno dei dolci natalizi più diffusi solo quando la grande industria alimentare lombarda degli anni ‘50 riuscì a produrlo in notevoli quantità. Angelo Motta (1890-1957) creò l’odierno panettone alto, fasciando l’impasto con carta sottile in modo da farlo crescere verticalmente. 
Si trattava allora del classico dolce meneghino ben diverso dal consumistico prodotto di massa farcito e ricoperto di cioccolato, crema o panna, oggi tanto pubblicizzato e spesso preferito dagli italiani.

giovedì 7 novembre 2013

Sbrisolona che bontà!

Oggi vi faccio un regalino, vi mostro una delle mie ricette preferite!!


Ingredienti:
Burro 170 gr
strutto FORMTEXT 80 gr
Mandorle grezze 180 gr
Farina OO 350 gr
Farina gialla 80 gr
Zucchero 170 gr
1 tuorlo d'uovo
Grappa secca un cucchiaio

Procedimento:
Impastare il burro, lo strutto, la farina OO, la farina gialla e il tuorlo d'uovo, fino ad ottenere un impasto granuloso. Aggiungere quindi lo zucchero con le mandorle tritate grossolanamente e il cucchiaio di grappa, amalgamando il tutto. Disporre il composto ottenuto in una teglia del diametro di 25 cm ed infornare per 40 minuti a 170 gradi.

venerdì 1 novembre 2013

Il pane dei morti...

C'era una volta un vecchio pastore che aveva tre figli. I due maggiori erano lavoratori, mentre il più giovane era un fannullone. I due fratelli maggiori se ne andarono ben presto per il mondo. Il più giovane rimase con il padre ormai vecchio e consunto a custodire le pecore e a trastullarsi col suo flauto nell'ozio della campagna.
Sperava di vedere un folletto che gli offrisse una borsa piena d'oro, oppure un anello magico. Egli desiderava tanto una cosa simile, che per conquistarla avrebbe dato volentieri la salvezza della sua anima.
Il padre quando fu per morire lo ammonì di conservare puro il suo cuore dalle tentazioni del Maligno. Quando il ragazzo ebbe sepolto il padre rimase solo nella misera capanna: il pane non gli bastava più, il fuoco non riusciva più a riscaldarlo e così egli decise di vendere, prima di partire, il poco che gli era rimasto per andarsene poi nel vasto mondo.
Egli prese con sé soltanto il suo flauto e pensò che per vivere si sarebbe arrangiato finché non fosse riuscito a trovare un tesoro.
Così si mise in cammino; col suo flauto suonava alle feste nuziali, nei balli festivi, dietro i funerali, e quel poco che guadagnava gli bastava per vive­re.
Una sera egli stava seduto sul muro di un cimitero guardando la piccola cassa di un morticino che veniva sotterrata. Il ragazzo era affamato perché in tutta la giornata non era riuscito a guadagnare nemmeno un soldo.
Quando la luna fu alta nel cielo la madre del morticino ritornò, di soppiatto e depose un pane e una brocca d'acqua sulla tomba del figlio, perché la povera gente ancora credeva che i morti, nel loro viaggio verso l'aldilà, avessero bisogno di cibo e di bevande per arrivare alle porte del Paradiso, altrimenti sarebbero rimasti lungo la strada fino al giorno del Giudizio. Quando la donna si fu asciugata le lacrime e se ne fu andata silenziosamente, il ragazzo afferrò il pane e la brocca e fuggì nell'ombra pensando: "Tanto gli uccelli lo avrebbero divorato ugualmente". Da allora si cibava del pane posato sulle tombe: si sentiva attratto come se quel cibo gli spettasse di diritto.
In una notte di luna piena, egli mangiò il pane dei morti per la settima volta. Ad un tratto la luna piena salì alta sulla foresta e il ragazzo scorse, accanto a sé, un ometto dalle lunghe membra e dalla testa coperta da un berretto appuntito da cui pendeva un pennacchio che ricadeva sul viso scarno. L'ometto disse:
«Io so da molto tempo, amico mio, che sei disposto ad aiutarmi nel mio lavoro e non voglio farti mancare la mia gratitudine e la mia ricompensa. Ma tu sei un po' lento in questo lavoro, forse è meglio fare un piccolo contratto, per essere più chiari. Vedo che ogni tanto tu rubi il pane dei morticini, così i bambini morti si arrestano nel lungo viaggio e trovano più facilmente la strada per venire a casa mia. E da me trovano subito una stufa e un cibo caldo, e non sono più costretti a camminare. Ora ti propongo questo patto. Ogni volta che un bambino verrà sepolto e le campane suoneranno, in quella sera stessa tu dovrai mangiare il pane deposto sulla tomba. Io ti darò tanto oro e argento quanto tu potrai desiderarne. Ma non prima che tu mi abbia procurato mille piccole anime».
Il ragazzo scosse la testa e disse:
«Io vorrei avere abbastanza oro da smettere di girovagare e di mendicare; ma non è il caso di parlare di mille piccole anime: sono troppe».
«Bene», disse lo sconosciuto, «allora facciamo cento anime».
Il figlio del pastore esitava.
«Ma tu farai del male a quei fanciulli?», chiese ancora all'ometto.
«Fa male, forse, la fiamma del focolare?», disse di rimando l'uomo dal cappello a punta. «Ed è forse un male una stufa calda per il viandante?»
«Questo no», disse il ragazzo. «Ma dove sta la tua casa e qual è il tuo nome, e di dove vieni?».
«Mi chiamano il Padre del Calore», rispose lo sconosciuto, ghignando.
«Dunque, cento piccole anime», ripeté il "Padre del Calore". «E non dimenticare di seguire il suono delle campane ogni volta che lo senti».
Per ben tre anni il ragazzo ubbidì al richiamo delle campane che lo attiravano verso i piccoli tumuli, e mangiò il pane dei morti come aveva promesso. Egli placava la pena del suo cuore sperando che i bambini si sarebbero trovati bene dal «Padre del Calore» anche se aveva sempre paura.
Venne finalmente la sera in cui il ragazzo stava in un piccolo cimitero abbandonato, intento a divorare la centesima pagnottella e a bere l'acqua fresca della centesima brocca. Il patto era adempiuto.
«Così va bene», disse l'ometto, «anche se tutto ciò è durato un po' troppo a lungo. La colpa, però, è di Comare Morte, che è stata un po' lenta in questi ultimi anni. Ma a questo non ci si poteva fare nulla. Ecco il denaro promesso. Quando lo avrai terminato, non avrai che da ritornare sotto ad una pianta di pioppo e dire: Anime, anime dei morticini, datemi ancora i vostri panini. E allora le foglie del pioppo cadranno a terra e quante foglie saranno cadute, tante monete tu potrai portare a casa».
Ciò detto, depose sull'erba la pesante borsa e scomparve come se la terra l'avesse inghiottito.
Il figlio del pastore col denaro ricostruì la sua casa come un castello. La sala grande splendeva sempre nel chiarore di mille candele e flauti e violini risuonavano nella notte. Pareva che un fiume di abbondanza si riversasse nel povero paese. Il padrone del magnifico castello era triste.
Ogni notte, quando l'ora dodicesima stava per scoccare, i servi portavano in sala, su piatti d'oro, cento panini e li allineavano silenziosamente sulla bianca tovaglia. I servi non mancavano mai di posare una brocca piena d'acqua. Diverse volte, gli ospiti avevano chiesto al padrone del castello il motivo di questa usanza; ma egli aveva scosso il capo e mormorato: «Questo è il pane dei morti». Non una parola di più.
Nessuno degli ospiti poteva toccare i pani e l'acqua, ma appena questa roba veniva messa in tavola, essi sapevano che quello era il segnale per cui dovevano cessare i canti e le risa. Allora gli ospiti si congedavano.
Per paura di ritornare povero, una sera egli si recò al boschetto dei pioppi vicino ad un ruscello, si fermò sotto le fronde e disse: Anime, anime dei morticini, datemi ancora i vostri panini.
Appena ebbe pronunciato quelle parole, un soffio di vento passò tra i rami degli alberi e una pioggia di foglie cadde a terra trasformandosi in grandi monete d'oro. Allora il figlio del pastore riempì di nuovo il borsellino e le tasche del suo abito e ritornò verso casa.
Quella sera stessa, dopo che gli ospiti e i servi se ne furono andati, ed egli era rimasto a guardare le due file di pani e di brocche, improvvisamente tutte le candele si spensero e si udì, nello stesso istante, scricchiolare il legno del soffitto, mentre le porte si aprirono di scatto. Ed ecco una lunga schiera di bambini entrare lentamente nella sala. Essi avanzavano tenendosi per mano. Indossavano vesti bianche e qualche fanciulla aveva una coroncina di violette sul capo. La cosa più terribile erano i loro occhi chiusi, con lunghe palpebre che ombreggiavano le guance: parevano tanti piccoli ciechi.
Il figlio del pastore contò e vide che i bambini erano cento. Il più grandicello disse in un soffio:
«Rendici il nostro pane!».
«Prendetelo pure!», disse il figlio del pastore tremando, «prendetelo pure. C'è un pane per ognuno di voi».
Ma i fanciulli scossero lentamente la bianca fronte e il più grandicello disse ancora:
«Questo non è il nostro pane e questa non è la nostra acqua. Il nostro pane era bagnato dalle lacrime delle nostre madri, e l'acqua delle brocche era mescolata con quelle lacrime. Non possiamo mangiare questo pane che non è bagnato di lacrime».
Il figlio del pastore, nella sua disperazione, chinò la fronte sul pane versando lacrime amare. Non appena le prime lacrime caddero sulla dura crosta dorata, il primo bambino aprì i suoi occhi, prese il pane dalla sua mano, lo ruppe e lo mangiò. Così, uno dopo l'altro, tutti i bambini gli si avvicinarono ed egli porgeva loro i pani, dopo averli bagnati con le sue lacrime. Poi tutte le mani gli tendevano la brocca affinché una delle sue lacrime cadesse nell'acqua. Infine egli chiese loro dove andassero ora. Essi esclamarono tutti insieme: «In Paradiso!».
L'indomani mattina, quando i servi entrarono nella sala, trovarono il loro padrone morto, nella sua poltrona. Le candele erano spente, i panini e le brocche erano scomparsi e l'uomo riposava in pace.



martedì 22 ottobre 2013

Curiosando "con" Tè!

Il tè è la bevanda più diffusa nel mondo, segue la birra.
Il suo consumo inizia e si sviluppa in Oriente come bevanda che ispira la meditazione e la preghiera, mantenendo la mente vigile. In Occidente il tè viene vissuto come bevanda di compagnia e intrattenimento mondano.
Non si sa per certo dove fu scoperto, probabilmente sugli altipiani della Cina o del Tibet e nell’Assam in India. Si narra che l’imperatore Shen-Nung nel 2737 A.C, durante le lunghe trasferte di caccia, fosse solito farsi preparare dai suoi servitori dell’acqua di fonte bollita per ristorarsi. Mentre l’acqua era sul fuoco si staccarono alcune foglie dalla pianta sotto la quale l‘imperatore stava riposando e caddero nel recipiente.
L’acqua assunse un color dorato e l’infusione una dolce fragranza. Un’altra leggenda narra che il pio Darma, figlio terzogenito di un re indiano, dedito a continue veglie di preghiera fu sopraffatto dal sonno; risvegliatosi, in un moto d’ira, si strappò le ciglia e le gettò via. Il giorno seguente dalle ciglia, che avevano messo radici, erano spuntate alcune piante di tè. Darma le assaggiò e si accorse che avevano un potere stimolante tale da prolungare la veglia (…una versione della leggenda parla addirittura di una veglia di sette anni continui, ma forse è un po’ troppo!). Sta di fatto che il tè inizialmente era riservato solo alla classe privilegiata dei potenti in Cina, vietata ai sudditi e ai soldati. La raccolta del tè veniva eseguita esclusivamente da giovani fanciulle, alle quali era proibito mangiare aglio e altri alimenti che provocassero un alito pesante durante il turno di lavoro, prima di iniziare la raccolta dovevano lavarsi le mani per sette volte. Una testimonianza scritta si ritrova nella letteratura cinese, 300 D.C., ad opera di Kno P’O, che descrive le diverse mansioni dei servitori: dall’acquisto, alla preparazione, al servizio del tè.
Nel 780 D.C. i mercanti di tè cinesi incaricano il letterato Lu Yu di scrivere un intero libro dedicato al tè; nasce così il Cha Ching ovvero la Sacra Scrittura del Tè. Nel libro sono descritte, in forma poetica, le varie fasi che portano l’acqua all’ebollizione ( primo bollore: bollicine di aria simili a occhi di pesci, secondo bollore: bolle simili a un filo di perle, terzo bollore: onde burrascose). Al primo bollore si aggiunge un cucchiaio di sale, al secondo bollore il tè, al terzo bollore un mestolo di acqua fredda.
Nell’810 un santone buddista riuscì a portare i semi della pianta in Giappone, nascondendoli nella sua ampia veste, e in pochi anni il tè, anche in questo Paese, si afferma come la bevanda nazionale; addirittura la preparazione e il consumo del tè, per i Giapponesi, diventa una vera e propria cerimonia religiosa.
In Europa il tè arriva attorno al 1600 per merito della Compagnia delle Indie Olandesi.
Nel 1658 sul giornale Mercurius Politicus, apparve la prima pubblicità sul tè, ma fu Caterina di Braganza a diffondere la moda a Corte, quando andò sposa a Carlo I° Stuart nel 1662.
Il successo strepitoso ottenuto presso l’aristocrazia si propagò anche alla borghesia.
Nei primi anni, in effetti, chi acquistava il tè non sapeva come utilizzarlo (mangiare le foglie o fare l’infusione?). Alcuni iniziarono ad aggiungere latte, altri 2 tuorli d’uovo alle foglie bollite ed assicuravano di avere molti benefici come lassativo.
Uno dei più accaniti consumatori fu Samuel Johnson, il quale si dichiarò “ incallito e sfacciato bevitore di tè” mentre compilava il suo dizionario della lingua inglese.
Le numerose Coffee House si trasformarono presto in Tea House, una delle prime fu quella di Thomas Twining nel 1706. Nelle Tea House ci si riuniva, si parlava, si criticava il Governo, e come già avvenuto per le Coffee House, si tentò di chiuderle, ma con scarsi risultati.
Lord Forbes propose una legge per limitarne il consumo, furono applicate tasse altissime, alla fine del XVII secolo la tassa sul tè veniva calcolata sulla bevanda e non sulle foglie utilizzate.
Nel 1775 in Inghilterra si consumavano 5 milioni di chilogrammi.
In quel periodo fiorì il contrabbando e il riutilizzo delle foglie usate, che venivano essiccate e rivendute. I servitori dei nobili erano i principali fornitori di questo mercato nero.
Anche nelle colonie americane il tè conquistò un grande successo. Bevanda sana e salutare in contrapposizione ai distillati, non graditi ai coloni puritani. La prima scintilla della rivoluzione americana fu causata proprio da alcune casse di tè, durante un episodio ricordato come il “Boston Tea Party”. I coloni americani, in segno di protesta verso la madre patria per le crescenti tasse sul tè, organizzarono una “resistenza” verso il governo britannico responsabile di una politica aggressiva e vessatoria. Le donne, principali consumatrici del prodotto, dichiararono che non ne avrebbero fatto più uso e furono coerenti a quanto annunciato. Nel 1767 vi fu un attacco ad una nave britannica ancorata al porto di Boston e il carico fu gettato in mare. Da quel momento gli americani smisero di bere il tè e divennero, nel tempo, forti consumatori di caffè.
Seguì un periodo di scambi commerciali di contrabbando tra Inghilterra e Cina, in quel periodo la Cina deteneva il monopolio della produzione del tè ed era contraria a mantenere rapporti con l’Inghilterra, per contro i mercanti inglesi potevano offrire l’oppio raccolto in grandi quantità in India. Anche se le leggi cinesi proibivano l’uso di questa droga, per oltre tre anni fu alimentato questo commercio clandestino. In seguito si cominciò a coltivare il tè in India e questa divenne il principale fornitore per il mercato europeo.Gli americani nei primi anni dell’ottocento realizzarono imbarcazioni veloci destinate al trasporto del tè dai porti cinesi a Boston e New York, i clippers. L’Inghilterra si rese conto che la propria flotta era diventata obsoleta per il traffico commerciale e costruì imbarcazioni simili, ma molto più snelle, che furono definite “levrieri del mare”. Da Hong Kong a Londra impiegavano meno di 100 giorni e i clipper inglesi divennero anche un pretesto di scommesse per gli appassionati di regate e per tutti gli inglesi in generale. L’ Oriental, il Teaping, l’ Ariel, il Thermopylae e il famosissimo Cutty Sark, questi i nomi delle imbarcazioni che hanno acceso gli animi degli scommettitori per le loro traversate. Le imprese dei clippers durarono circa 30 anni sino a quando vennero messi a riposo con l’apertura del canale di Suez perchè sostituiti da navi a vapore.
Anche in Francia il tè aveva trovato consensi autorevoli, tra gli altri il Cardinale Mazarino, ma in Francia la passione del tè sarà presto soppiantata dalla cioccolata.




venerdì 18 ottobre 2013

Luna d'autunno

Riuscire sempre a rimanere in tema ogni stagione con i dolci è buona cosa.... Oggi vi darò una ricetta semplice per ottenere dei fantastici dessert da proporre a fine cena in questo periodo autunnale!! Legati da una leggenda orientale i dolci della Luna solitamente vengono consumati durante la festa di Mezzo Autunno per celebrare appunto la fine del raccolto autunnale.....



Per l’Involucro: farina 100g, sciroppo zuccherato 70g, olio di arachidi 30g, acqua alcalina (al bicarbonato) 2g.

Per il Ripieno: purè di castagne e pasta di fagioli zuccherati, 800g.


Preparazione


Versa l’acqua alcalina nello sciroppo zuccherato, mescolare,  aggiunge l’olio di arachidi e mescolare  di nuovo.  Aggiunge la farina e mescolare bene il tutto, stando attenti a non far rapprendere   la farina.


Mettere la pasta preparata in una borsa di plastica per almeno un’ora, in cui si può dividere il ripieno.


Mettere una sfoglia di pasta sul palmo della mano sinistra e sistemare in mezzo il ripieno. Avvolgere la pasta intorno al ripieno, e alla fine richiudere.


Dopo la chiusura,  controllare  se il ripieno fuoriesce da qualche parte. Dare una forma ovale e mettere nello stampo  lavato,  spalmato di olio  e poi asciugato con della carta).


Dopo che il dolce ha preso forma, agitarlo e   farlo uscire il dolce, togliendo lo stampo.


Infornare in forno preriscaldato a 200 °.  In 5 minuti i dolci prendono forma e  quando diventano dorati si estraggono, si fanno raffreddare, e si spalmano di un misto di tuorlo e di bianco d’uovo sbattuto.


I dolci della luna così spalmati vanno rimessi in forno a 170 gradi per altri 15 minuti. Appena cotti, l’involucro si presenta duro e secco, ma si ammorbidiscono in 1-3 giorni.